Autore: Pierleone Ghezzi

Pierleone Ghezzi (Roma 1674 – 1755) nella brulicante e vivace Roma del Grand Tour, del rinnovamento culturale e artistico avviato da aristocratici amateurs e ricchi borghesi, nella Roma della società papalina attenta alle “arti liberali” e avvezza alla mondanità, Pier Leone Ghezzi (Roma, 1674 – 1755) spicca per humor e acume.
Affascinante artista dalla personalità eclettica e versatile, figlio d’arte originario di Comunanza – nei pressi di Ascoli Piceno – Pier Leone deve la sua fama europea, oltre che all’opera pittorica, alle sorprendenti caricature, genere di cui è il vero iniziatore, e ai tanti ritratti nei quali dimostra notevoli doti coloristiche, sagacia e arguzia.
Qualità che emergono con evidenza nella attesa mostra dedicata all’artista romano, che scelse di essere “cittadino ascolano”, ospitata dall’8 maggio al 22 agosto 2007 presso il Palazzo dei Capitani ad Ascoli Piceno: Pier Leone Ghezzi. Settecento alla moda. E in effetti à la page – nell’arte come nella vita – Ghezzi lo fu davvero.
Collezionista, archeologo, incisore di pietre dure, amava ballare e suonare la pianola, tirare di scherma, dilettarsi con lo studio della medicina.
Un gusto per la vita, un apprezzamento per le cose belle e una curiosità per le mode e l’abbigliamento che egli trasferì nella sua produzione artistica e che lo fece apprezzare dai suoi contemporanei.
L’esposizione – promossa dalla Provincia di Ascoli Piceno in collaborazione con la Regione Marche, i Comuni di Ascoli Piceno e Comunanza, la Fondazione CARISAP e il Pio Sodalizio dei Piceni in Roma, nell’ambito delle manifestazioni “I Ghezzi dalle Marche all’Europa”, curata da Anna Lo Bianco della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma e organizzata da Marsilio Editori e Villaggio Globale International s.r.l. – mira a ricostruire la vicenda artistica di questo “dandy” della pittura, come ama definirlo la curatrice, amante della mondanità ma soprattutto grande comunicatore attraverso la sua arte.
Una cinquantina di dipinti e circa trenta fogli, tra caricature e disegni finiti, provenienti da Parigi, Roma, Città del Vaticano, Nantes, Budapes, Firenze, Glasgow, ecc, consentiranno così di scoprire in Ghezzi un grande artista capace di affrontare le tele di soggetto religioso o storico con la stessa naturalezza con cui ritrae i protagonisti della società dell’epoca.
L’inedita attenzione ai dettagli realistici e quotidiani rende anzi innovativa la sua pittura rispetto a quella della maggior parte dei suoi contemporanei rivelando, sotto una griglia compositiva apparentemente ossequiosa all’insegnamento accademico, le prerogative di arguta intelligenza e di interesse documentario che rendono tanto affascinante l’arte di Ghezzi.
Un’attitudine che l’artista manifesta già nei primi quadri, come dimostra la grande tela del Miracolo di S. Andrea Avellino del 1712 c., in collezione privata romana, ove il pittore rèlega ai lati del dipinto gli episodi del miracolo, ponendo invece al centro gruppi di personaggi a figura intera che offrono una campionatura dell’abbigliamento delle diverse classi sociali costituendo un vero e proprio documento d’attualità.
Allo stesso modo nella versione del Miracolo di San Filippo Neri al Cardinale Orsini proveniente dalla Chiesa di San Filippo a Matelica come nella versione eseguita per la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma – entrambe in mostra – risulta evidente il tentativo di attualizzare la scena sacra, trattata con la stessa veloce sintesi delle caricature. Ma anche l’episodio biblico di Giaele e Sisara, che presenta normalmente una forte componente di violenza, è reso da Ghezzi – in un dipinto di collezione privata – con una felice e disinvolta naturalezza.
L’intonazione sofisticata e mondana dei personaggi apparirà evidente nella Vestizione di Santa Giuliana Falconieri, proveniente dalla Chiesa Romana di Santa Maria dell’Orazione e Morte, in cui il frusciare delle sete e dei taffetà cangianti, il tripudio di merletti, la concitata partecipazione alla cerimonia attenuano la sacralità dell’episodio dipinto.
I tempi del resto lo consentivano, prova ne è la predilezione di Papa Clemente XI per Pier Leone Ghezzi: il Pontefice non solo lo volle come pittore ufficiale della Camera Apostolica, nel 1708, ma gli offrì innumerevoli incarichi a partire dalla decorazione della cappella Albani in San Sebastiano fuori le mura (nel 1712).
Costituisce così un vero reportage, un racconto figurato estremamente innovativo nell’ambito della pittura celebrativa, la serie di sei tele destinate ad un salone di Castelgandolfo, realizzate da Ghezzi e collaboratori, raffiguranti le “pie occupazioni” del Papa; di queste giungerà in mostra, dalla Galleria Nazionale delle Marche, una delle scene che può considerarsi autografa: Clemente XI distribuisce la comunione in San Giovanni in Laterano.
Quindi i ritratti, efficaci testimonianze dell’evolversi del suo stile: da quelli d’impostazione tradizionale – resi tuttavia con intensa caratterizzazione e viva attenzione per i particolari – ai ritratti che riflettono l’adesione ai modelli francesi, che si andavano diffondendo a Roma attraverso l’Accademia di Francia.
Affascinanti questi dipinti per la capacità di Ghezzi di rendere con guizzo e spirito i tratti somatici, la resa d’insieme.
Naturalezza, tono informale, intenso realismo, descrizione minuziosa dei dettagli dell’abbigliamento e dei gioielli – a sottolineare la psicologia e lo status sociale dei personaggi – sono caratteristiche che rendono la pittura di Ghezzi moderna e originale, vicina a quella di Hogarth con cui condivide l’interesse per l’ambiente sociale e l’ironia.
Ne sono un esempio lo straordinario Ritratto femminile conservato al Musée des Beaux Arts di Nantes, uno dei più intensi mai eseguiti dal pittore, come suggeriscono le precedenti attribuzioni a Watteau e a Chardin e in seguito a Cipper e Todeschini, e l’Autoritratto del 1747, proveniente dall’Accademia di San Luca a Roma, l’ultimo da lui realizzato che lo mostra ormai ultrasessantenne.
Accanto alla pittura l’”illuminato” Pier Leone Ghezzi, quasi a voler incarnare l’ideale di eclettismo di un Diderot, si dedicò anche all’incisione, ai disegni e alla caricatura di cui può considerarsi il moderno iniziatore, proponendone un repertorio vastissimo corredato da curiosità sui personaggi ritratti, secondo la logica del resoconto giornalistico moderno.
E a tal proposito la mostra di Ascoli Piceno presenterà un sintetico ma significativo esempio di questa produzione, come alcuni dei famosi fogli del Codice Ottoboniano Latino raffiguranti scene di gruppo e di conservazione, conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, e tre splendidi disegni prestati dal Louvre ove il tema religioso viene affrontato da Ghezzi con la consueta naturalezza e lievità.
Pier Leone Ghezzi nasce a Roma nel 1674 e riceve dal padre Giuseppe, pittore di Comunanza nei pressi di Ascoli Piceno, i primi insegnamenti, indirizzati verso una maniera accademica ed erudita e soprattutto verso il disegno.
Parallelamente si dedica all’attività di caricaturista grazie alla quale conferirà alla sua pittura una cifra del tutto personale, briosa ed arguta. Nel primo ventennio del Settecento l’artista è molto attivo per papa Clemente XI Albani, marchigiano anch’egli, dapprima nella Cappella di famiglia in San Sebastiano fuori le mura (Elezione di San Fabiano), nel 1712, e poi, con altri artisti, nella decorazione della navata di San Clemente nel 1716 e in quella di San Giovanni in Laterano nel 1718, le più importanti committenze pubbliche del momento.
Dopo la morte del padre e del pontefice, nel 1721, Ghezzi si svincola sempre più dalla cultura accademica per avvicinarsi a quella francese, anche attraverso il contatto con Panini e con il cardinale Polignac, per il quale disegna reperti antichi. A questi stessi anni risalgono gli affreschi del cardinale Falconieri nelle residenze di Frascati e Torrimpietra. Tra i dipinti di soggetto religioso ricordiamo la grande tela con il Concilio Lateranense nel North Carolina Museum of Art, un’opera di tono narrativo e documentario insieme, dipinta per il cardinal Lercari, quelle per la Segreteria di San Pietro, del 1727, oggi nei depositi della Pinacoteca Vaticana. La fase più matura della sua attività vede l’artista avvicinarsi anche al paesaggio, come documenta la decorazione della Galleria del Palazzo papale di Castel Gandolfo del 1747, e l’accentuarsi e il frammentarsi degli interessi già molteplici del poliedrico pittore, sempre più interessato alla caricatura, al disegno, all’incisione, al collezionismo, passioni tutte che lo avevano accompagnato in gioventù, ma che divengono ora prioritarie.
Numerose sono le cariche pubbliche e le onorificenze che gli vengono conferite e che stanno a dimostrare il successo riscosso e la stima goduta: eredità dal nonno Sebastiano, anch’egli pittore, il titolo di cavaliere, è accademico di San Luca dal 1705; nel 1708 è nominato pittore della Camera Apostolica, nel 1710 cavaliere del duca di Parma; nel 1732 è membro della giuria del concorso per la facciata di San Giovanni in Laterano. I suoi dipinti si trovano in collezioni e musei italiani e stranieri e varie chiese. Tra questi si segnalano i tre Autoritratti degli Uffizi, rispettivamente del 1702, 1719 e 1725 (due dei quali in mostra). Pier Leone Ghezzi muore a Roma nel 1755.
Anna Lo Bianco

Ritratto del castrato Caffarelli

Ritratto del castrato Caffarelli - Pierleone Ghezzi

Pierleone Ghezzi (Roma 1674 – 1755) “Ritratto del castrato Caffarelli”. Dimensioni 285 x 200 mm. Tecnica matita nera, penna a inchiostro bruno. Iscritto al verso Caffarello en habit de theatre Al verso marchio di Collezione a secco pesce stilizzato non identificato e non nel Lugt Provenienza Adolphe Stein antiquario di disegni antichi in Londra; asta … Ritratto del castrato Caffarelli

M. l’Abbé Lemaire

M. l'Abbé Lemaire - Pierleone Ghezzi

Pierleone Ghezzi (Roma 1674 – 1755) “M. l’Abbé Lemaire”. Dimensioni mm 245 x 174. Tecnica Penna inchiostro bruno controfondato incorniciato a penna su passepartout antico e al centro in basso reca la scritta su striscia di carta incollata M. làbbé Lemaire; nell’angolo in basso a sinistra nel disegno è scritto a matita nera il numero … M. l’Abbé Lemaire